Ritrovato negli abissi del canale d’Otranto il relitto del Principe Umberto, il “Titanic italiano”

L'affondamento del piroscafo adibito a trasporto truppe è considerata la più grande tragedia navale d'Italia

Nell’estate del 1916, nell’infuriare di quella assurda tragedia umana che fu la Grande Guerra, il piroscafo passeggeri Principe Umberto, convertito in nave trasporto truppe, lasciò le coste dell’Albania. La sua missione era trasportare i fanti del 55º reggimento ad un porto dell’Italia settentrionale da cui avrebbero raggiunto l’altopiano di Asiago per fronteggiare l’offensiva austroungarica.

A bordo erano imbarcati, tra marinai e soldati, 2821 uomini. Pochi di loro sarebbero sopravvissuti alla traversata. L’8 giugno, poche ore dopo la partenza avvenuta alle 19, il convoglio costituito oltre che dalla Principe Umberto, anche da quattro incrociatori, fu individuato da un sommergibile austroungarico che lo colpì sulla murata di poppa con un siluro causando l’esplosione della sala macchine. La nave si inabissò in pochi minuti, trascinando sul fondo 1926 uomini. 

Cento e sei anni dopo, il relitto del Principe Umberto è stato individuato a circa 15 miglia a sud ovest di Capo Linguetta, il promontorio più a ovest della costa albanese. La scoperta è avvenuta un mese fa ad opera di uno dei cacciatori di relitti più incredibili del nostro Paese, l’ingegnere Guido Gay, che prima di dare alla notizia alla stampa, ha aspettato di esplorare il relitto con un mezzo marino robotico da lui stesso realizzato per avere la certezza che lo scafo individuato col sonar a 930 metri di profondità fosse proprio il Principe Umberto. 

Piemontese di Pinerolo ma trasferitosi in Svizzera per motivi di lavoro, Guido Gay non è nuovo ad imprese del genere. Era stato proprio lui nel 2012 a localizzare il relitto della corazzata Roma, affondata da un attacco aereo tedesco il 9 settembre del 1943. Una scoperta certamente importante ma superata dal ritrovamento del Principe Umberto, che si è meritato l’appellativo di Titanic d’Italia ed è considerata una delle più sanguinose tragedie marine della storia del nostro Paese.

La più grande come numero di vittime se non si considera l’affondamento del piroscafo Capo Pino che causò la morte di almeno 2670 prigionieri italiani catturati dai tedeschi ma che, al momento del suo siluramento ad opera di un sommergibile britannico, batteva bandiera tedesca. 

Foto di Copertina tratta dal volume Relazioni della Reale Commissione d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico. Vol. 2: Mezzi illeciti di guerra. © Museo Risorgimento Bologna | Certos

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