I polpi utilizzano i rifiuti per ripararsi e proteggersi dagli aggressori

Uno studio dimostra come i polpi rischino di diventare dipendenti dai rifiuti, una risorsa artificiale rispetto a quella naturale che dovrebbero utilizzare

6 April 2022 | di Paolo Ponga

I polpi utilizzano i rifiuti per ripararsi. Possiamo stupirci di questa scoperta scientifica? Io direi di no. In fin dei conti lo sappiamo: sono animali intelligentissimi. E non stiamo parlando delle previsioni relative alle vittorie nelle competizioni mondiali di calcio.

È quello che emerge da uno studio condotto dall’Instituto de Oceanografia dell’Universidade Federal do Rio Grande (FURG), in Brasile, con la collaborazione dell’Universidade Federal de Pernambuco (UFPE) a Recife e di Anna di Cosmo dell’Università di Napoli, recentemente pubblicato dal Marine Pollution Bulletin e visibile su questo sito.

I ricercatori hanno analizzato immagini subacquee provenienti da tutto il mondo, scattate da semplici subacquei: si tratta della cosiddetta “citizen science“, che aiuta fortemente la scienza titolata grazie a foto e filmati pubblicati online, che costituiscono uno strumento prezioso per l’osservazione della vita marina.

Le immagini hanno permesso di identificare ben 8 generi e 24 specie diverse di polpi bentonici che utilizzano rifiuti umani per ripararsi e proteggersi dagli aggressori. Nel 41,6% dei casi si è trattato di oggetti di vetro, mentre nel 24,7% la “casa” era fatta di plastica.

In effetti, i polpi hanno sempre cercato di difendersi dai predatori costruendosi una specie di “armatura” fatta di corallo e conchiglie. In essa, infatti, risulta più facile nascondersi e proteggersi dai denti aguzzi di chi vorrebbe cibarsi di loro. Adesso, però, sembra che non facciano altro che utilizzare ciò che trovano a disposizione e adatto a tale scopo: lattine di birra, bottiglie, contenitori di plastica.

Il materiale preferito sembra essere il vetro, la cui superficie liscia ricorda quella della parte interna delle conchiglie. In un caso, quello del polpo pigmeo del Brasile, sembra addirittura che l’animale utilizzi esclusivamente la spazzatura per ripararsi, senza usare niente che provenga dalla natura.

Cosa significa tutto ciò? Da un lato che questi magnifici animali rischiano di diventare dipendenti dalla spazzatura, una risorsa artificiale rispetto a quella naturale che dovrebbero utilizzare, dall’altro che i mari del mondo sono sempre più inquinati. D’altronde è la mentalità che deve cambiare.

A volte la causa è più difficile da sradicare: in molti Paesi del mondo, infatti, la fame è il vero nemico e l’ambiente viene sfruttato per soddisfare tale bisogno primario. Qui una mentalità ecologista e di protezione ambientale rimane solo un sogno per il futuro, che potrà realizzarsi dopo un minimo di benessere e una cultura differente.

Altre volte manca proprio una forma mentis. Ricordo a tal proposito una conferenza del grande Albert Falco, compagno di immersioni di Jacques Cousteau, capo subacqueo e capitano della Calypso. Era un campione della conservazione della vita marina e fu affascinante ascoltarlo. Diceva che ai tempi delle avventure con Cousteau avevano fatto cose che oggi sarebbero impensabili, “eravamo pochi a fare immersioni ma facevamo grandi danni. Oggi sono in molti a farle, facendo magari danni minimi ma moltiplicati per mille”.

Anche io, nel mio piccolo, so di essere molto più attento di quando ero giovane: sono cresciuto, ho imparato ad amare il mare e a proteggerlo. Qualche difetto di un tempo mi sarà sicuramente rimasto ma faccio di tutto per evitare errori.

Pochi anni fa mi trovavo in un meraviglioso parco marino in Malesia. Ero su una barca veloce che percorreva le acque salmastre tra un gruppo di isole disabitate, lungo una via d’acqua che poi sfociava in mare aperto. In barca c’era una coppia del Bangladesh, sicuramente benestante e istruita, con la quale scambiai quattro chiacchiere parlando di quel posto meraviglioso e delle comuni vacanze. Lui sfoggiava dei divertenti baffoni, lei un peso fuori dall’ordinario.

Con loro c’era anche la figlia, una bambina che non riusciva a stare ferma. Mentre discutevamo delle meraviglie del luogo, la signora estrasse una gigantesca merendina e, dopo averla fatta assaggiare alla bambina, si mise a divorarla a quattro palmenti. Quando il dolce finì di scomparire tra le sue fauci, si scolò una bottiglia di bibita gassata e poi, con totale nonchalance, gettò i resti di plastica alle sue spalle, nelle acque del parco marino.

Ero inorridito e assolutamente impossibilitato a recuperare quanto era finito in acqua a deturpare, anche se in minima parte, lo splendido posto in cui ci trovavamo. Non era una questione di soldi o di cultura: a mancare era proprio la mentalità nei confronti dell’ambiente.

“La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri padri ma un prestito da restituire ai nostri figli”. È un antico proverbio degli Indiani d’America. Spero che la figlia di quella coppia possa trovare un mondo migliore quando sarà grande o che decida di lottare per poterlo dare ai suoi figli. Altrimenti, un giorno non troppo lontano, saremo noi a dover vivere in mezzo ai rifiuti, imparando a farlo come i polpi.

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1 commento

  1. divelions says:

    Beh,almeno loro,con la loro intelligenza,sanno come “riciclare”i rifiuti!!!!

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