Costa dei Trabocchi: alla scoperta delle antiche macchine da pesca affacciate sull’Adriatico

La Costa dei Trabocchi è uno dei luoghi più suggestivi e misteriosi del litorale abruzzese. Scopriamo insieme l’origine delle macchine da pesca che danno il nome a questa striscia di terra

Disseminati lungo il litorale meridionale abruzzese, per la precisione nel tratto della provincia di Chieti che va da Francavilla a San Salvo, sorgono i “trabocchi”. Si tratta di piattaforme costruite sul mare e ancorate alla roccia da grossi tronchi di legno. Queste suggestive ma altrettanto misteriose installazioni conservano un fascino davvero unico nel loro genere, tanto da essere descritte da Gabriele D’Annunzio durante il suo soggiorno in Abruzzo, come dei particolari “anfibi antidiluviani”. A giudicare dal loro aspetto, caratterizzato da una fitta ramificazione in legno di pino d’Aleppo, i trabocchi sembrano delle vere e proprie creature marine.

Un’antica tecnica per pescare

Leggende a parte, queste piattaforme erano principalmente destinate alle attività di pesca. Ancora oggi lungo la costiera abruzzese, capita di vedere alcuni pescatori sopra le palafitte che si cimentano nella famosa pesca “a vista”. Ai due bracci in legno che si estendono dal trabocco si attacca solitamente una rete a maglie strette che viene calata e tirata su attraverso degli argani. Dopo che la vedetta avvista un banco di pesci nelle vicinanze, basta quindi immergere la rete e il gioco è fatto.  

La storia dei trabocchi tra realtà e leggenda

L’origine dei trabocchi risale a molti anni fa, dai tempi in cui uscire in barca a caccia di pesci era un rischio da non correre. Nacque così l’idea di creare una sorta di sporgenza in legno che si estendesse per qualche metro dalla costa. Collocare con precisione la nascita di questo ingegnoso sistema di pesca non è però facile. Secondo alcuni storici il trabocco sarebbe un’invenzione importata dai Fenici, antico popolo di pescatori. Tuttavia non si hanno testimonianze in merito.

I primi e più antichi documenti che parlano dei “trabocchi” sono stati reperiti da padre Stefano Tiraboschi dell’Ordine Celestiniano. Nel manoscritto “Vita Sanctissimi Petri Celestini”, Pietro da Morrone racconta che usciva spesso dall’Abbazia di Fossacesia e, dal colle “Belvedere”, ammirava il mare sottostante “punteggiato di trabocchi”. Si intuisce quindi che nel 1240, anno di inizio degli studi di Morrone, i trabocchi fossero già presenti.

Secondo altri studiosi, l’origine delle macchine da pesca dovrebbe essere datata intorno al 1620, quando gruppi di ebrei si ripararono in Abruzzo dalla Francia e inventarono i trabocchi in quanto esperti artigiani. Quest’ultima è l’ipotesi di Pietro Cupido, uno dei più grandi appassionati di strutture da pesca e autore del libro “Trabocchi, traboccanti e briganti”.

Le ipotesi sull’origine dei trabocchi sono tante, la data precisa rimane però un mistero. Resta allora da chiedersi da dove deriva il particolare nome delle antiche palafitte in legno.

L’origine del nome

Anche in questo caso, le interpretazioni non mancano. C’è chi dice che il termine provenga dal dialetto travocche, forse derivante dal latino trabs (legno, albero). Per qualcun’altro la parola deriva dal vero e proprio “trabocchetto”. Per altri è da attribuirsi alla tecnica di conficcare i pali tra gli scogli, “tra i buchi”, oppure dal cosiddetto “trabiccolo” usato nei frantoi per spremere le olive. A prescindere dalla sua vera storia, il trabocco rimane tutt’oggi un concentrato di bellezza e tradizioni ancora tutte da scoprire.

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